Sul palcoscenico, la mia malattia si sana

Con il teatro rivivo, non recito, non copio la vita, la trasformo; non indosso maschere, le tolgo; metto in scena  i miei molti personaggi; esprimo la verità, sono la mia malattia che sul palcoscenico trova il suo spazio, si racconta, si sana.

Ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, può adottare due atteggiamenti: costruire o piantare. I costruttori possono passare anni impegnati nel loro compito, ma presto o tardi, concludono quello che stavano facendo. Allora si fermano, e restano lì, limitati dalle loro stesse pareti. Quando la costruzione è finita, la vita perde di significato. Quelli che piantano soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano. Ma, al contrario di un edificio, il giardino non cessa mai di crescere. Esso richiede l’attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura (P. Coelho, Brida).

Il teatro:

  • è una forma d’arte che aiuta il giardiniere-uomo a curare il suo giardino interiore permettendogli di scoprire le mille forme di vita in esso presenti, di sentirle e farle proprie, riconoscendole e amandole come parte di sé;
  • è, o può essere, per chi ha il coraggio di vivere questa esperienza, una forma di comunicazione analogica e digitale, intrapsichica ed interpersonale che ci fa crescere dentro e fuori di noi, con me e con l’altro;
  • è la possibilità di darsi dei permessi, di osare, di contravvenire a ruoli predefiniti, genitorialmente e socialmente accettati, sostenuti e condivisi; è una forma di libertà, è un recitare restando autentici, è scegliersi un ruolo e poi un altro per rivestirli tutti e provare il disagio o l’agio del risiedere nell’uno o nell’altro;
  • è un nascondere la propria identità scoprendola, è catarsi, possibilità di rivivere e mettere in scena esperienze e traumi pregressi liberandosi della carica emotiva negativa ad essi legati;
  • è la possibilità di esprimere sul palcoscenico un’emozione positiva, una energia a volte assente nel quotidiano fatto di toni smorzati, di scarsi entusiasmi, di imbriglianti corde intessute di dettami etico comportamentali;
  • è la possibilità di rispondere a se stessi, di dare forme nuove al proprio corpo, di svelare energie sopite; è anche la risposta ad una storia che nasce prima, che appartiene all’Uomo, alle narrazioni pre-scientifiche, pre-narrative che ci riportano in uno spazio senza spazio, in un tempo senza tempo, dove il qui e ora sono lì e allora, dove tutto si svolge e riverbera nella spirale di un itinerario della storia filogenetica che si compie, che si crea e si ricrea nell’Esistenza di ognuno di noi;
  • è la nostra storia, è la storia dei nostri archetipi, è la storia della nostra armonia e delle disarmonia che producono cambiamento, delle armonie che ci sanano e delle disarmonie che ci fanno ammalare o ci indicano la strada per guarire.

Il teatro come spazio sacro, fatto di improvvisazioni, di agiti che sanano, che rimandano ad eco lontane, a sottofondi emotivi che appartengo alla mia e all’umanità di chi mi guarda, allo spazio che mi circonda ad una dimensione olistica, in una prospettiva sistemica.

Uno spazio intermedio, Winnicottiano, transizionale, uno iato tra due verità, tra due aspetti di un conflitto dove posso vivere lo stare nel mezzo, uno spazio reale ma, al tempo stesso extra quotidiano.

a cura di Marilù Galiani

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